dO NOT COME TO GEMMA

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Blogger: gemmagaetani

con quella che oggi spacciano per "Letteratura" o "Poesia", mentre non lo è, io non ho niente a che fare.


il mio primo libro pubblicato si intitola COLAZIONE AL FIORUCCI STORE (MILANO), e questa è la sua copertina:
.


se tutto va come deve andare, presto ne uscirà un secondo.

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venerdì, 16 maggio 2008

16/05/2008

(T’amavo quanto t’amo eppure me ne vado. Settenari, due). “Non mi legare... Non mi legare...”, per mezza telefonata più del normale, e se non lo fossi stato avrei accettato ma eri già legato e lo sarai per sempre, c’era un’incongruenza nella dichiarazione di una tua natura veramente insofferente. Ai legami e non potevo più far finta di niente (“Checché tu sostenga stasera, sorprendentemente, mi par d’essere ben meno presente. D’una fidanzata o d’una moglie… Senti sono stanca, se vuoi far qualcosa ancora per noi falla tu, io non farò più niente…”, le ultime parole che ti ho detto prima di attaccare il telefono e piangere nel letto). Perciò me ne vado, altrove a crepare pur di non farti notare (fammi prendere fiato, non è facile tirar fuori quanto davvero ho dentro). Che tu non sei quanto tu credi, dici d’essere. Sapevo di te quanto lei non sapeva e non saprà (e forse a volte hai abusato troppo, anche se so che non te ne sei accorto, della mia capacità di ascoltarti mentre ti dici la verità parlando d’altre - sempre i precedenti, il passato, io l’ultima della schiera, mai l’originale, la speciale, la meritevole dell’eccezionale - più che d’altro). Troppo pesante per portarla avanti per l’eternità, per quanto t’amavo, e t’ami. Lo stesso. L’amore non è amore se non fa virtù di ogni difetto. Avrebbe detto Shakespeare. Perciò non mi sento liberata. Ma instradata. Meramente, mestamente. Verso qualcosa di più sensato del contrario. Condotto invano venti mesi (ma non mi pento di niente, succede, non ci si arrende finché non si decide che si perde). Spero che sia davvero celestiale questo legame con lei che dipingi come un’astronave (non mi viene la rima, non mi viene), almeno avrò sofferto venti mesi e chissà quanti altri ancora (a scalare, dovrà essere per forza, per forza a scalare) in nome di qualcosa. Molti lo fanno in nome di niente e sai che non mi sta simpatico quel tipo di gente. Avremmo avuto altro da dirci, da farci (tante cose che avrei voluto darti, me per prima, sono qui, sospese, ferme, arrese, a me coese, lese, disattese, incomprese). Ma io non farò nulla per far sì che accadrà e sono certa che di conseguenza niente accadrà. Succede. Succede. Anche Cristo e altre persone alle quali in tutta sincerità volevo più bene di quanto ne abbia mai voluto a Cristo avrebbero potuto vivere più a lungo ma non è accaduto. Succede. Succede. Se leggerai mai queste parole non ti chiedo di perdonarmi per averle scritte non a te, privatamente («Soltanto con te da quando scrivo ho avuto la sensazione d’esser profondamente compresa sulle ragioni per le quali si fa, di parti della propria vita, scrittura che sarà letta da altri occhi», credo d’averti confessato questo sincero afflato tante volte da fare di un fruscio boato), direttamente, tu che forse hai potuto intuire (intuire, perché se avessi mai vuotato veramente il sacco nemmeno tu avresti retto il solo racconto) di quante non facili cose è ed è stata composta la mia vita (sì, certo, come tante altre ma anche non come molte altre), almeno tu non dipingermi a te stesso o ad altri come una che non ha nient’altro da fare che fare scrittura di ogni suo esperimento sentimentale. Non c’è tema più sociale del sentimento, del suo fallimento. Lo so da tempo, come fossi una suora di clausura. E questo il mio convento. E poi. Molti vivono amori credendo che non sia fallimento il viverli ricambiati e ne fanno perfino scrittura inconsapevoli di quanto ridicolo, il leggerne le righe che scrivono appassionati, sia. A me è sempre sembrato più realistico parlare del dolore che l’amore (amore rima più con dolore che con cuore) procura. Com’è per la povertà, è una condizione ben più diffusa e forse per questo più necessaria da portarci la penna a farci le fusa. Se il mio silenzio con te sarà cristallizzato dal tuo con me mi mancherai come fossi uno dei miei due occhi, o io un cane che amava con tutto se stesso i suoi scomparsi pidocchi. (Cercherò di mantenermi bella come dicevi che fossi. Sarà terribile non mandarti più foto, notizie, parole. Proposte. Baci. E tutto quanto dietro quelle cose in realtà veramente ti mandavo, fedele a un infedele come una dea al contrario). Affido tutto questo a Dio (comprendi l’attuale gravità, è arduo adesso fare ilarità). No, al caso, che so che preferisci. Io non farò più niente. Sarebbe troppo da cretina, da sfigata, da perdente. Da deficiente. (Avevo vent’anni meno di te, eri tu che dovevi morire d’amore per me). Per quanto ho fatto finora (venti mesi sono seicento giorni) se la matematica nelle questioni esistenziali non fosse veramente un’opinione avremmo dovuto avere circa dieci figli e un castello-palafitta di cristallo, in Polinesia, a nome anzi cognome, sul citofono sul mare, tuo e mio. Invece, e non è affatto qualcosa d’apparente, io me ne vado con in mano niente. Condizione finale piuttosto comune presso le innamorate d’uomini sposati. La botte che apre gli occhi e vola via, la moglie ubriaca d’amore, d’euforia. E poi da dire ci sarebbe altro, ma sono stanca, perciò salgo e poi m’elevo. Dallo spalto. E già mi vedo ridere. Ma non di gioia. «L’amore che cos’è? Una cosa merdosa, hai da accendere? Ho detto se hai da accendere. È molto molto bello che con questa musica a palla non si senta niente, niente di niente di niente di niente, davvero di niente».

 

 

 

 

 

 

 

postato da: gemmagaetani alle ore 21:56 | link |
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giovedì, 15 maggio 2008

15/05/2008

A tratti le sfucilavano davanti agli occhi come proiettili di due fuochi nemici, visibili soltanto a lei, rush come cutanei di immagini e parole che riguardavano loro due, indelebili dalla memoria. Sopra ognuna pulsava la parola RINUNCIA. L'angoscia montava. Si sentiva come prima di un collasso, come quando capisci che solo se sposti il pensiero spiaccicandolo a forza altrove, cammini, corri, fai qualche cazzo di cosa, qualsiasi cosa, riesci a non cascare. Riusciva a non cascare. «Qual è il senso della sofferenza?», si chiedeva. «Nessuno», si rispondeva. «Si accorgerà della mia assenza?». «No... E se lo farà si dirà che... Ma che cazzo ne so che si dirà... Ma che cazzo me ne frega di cosa si dirà. Si ridicesse quelle frasi di merda che gli sono uscite domenica. Io sono libera, per sempre libera. Liberata». (Poi intorno accadeva non poco d'altro di non poco affatto conto ma la sola idea di lasciarne traccia scritta l'attirava come i problemi d'un altro di fronte ai propri e a maggior ragione alzava il volume immaginando di dire a qualcuno frasi come La tua seriosità nei confronti delle cose mi fa l'effetto di un secchio di ghiaccio rovesciatomi sul cazzo, se l'avessi. Ascolta la musica che tutto il mondo ascolta. Io sono seriosa quando sto male ma quando sto bene sono la persona più stupida e irresponsabile del mondo, vorrei perfino essere Berlusconi, prendere per culo la gente e fottermene i coglioni di tutto e di tutti. Ecco perché l'amavo, perché anche lui è così. Capace d'una irresponsabilità feroce. Ho detto l'amavo, facciamo che è vero così. Comunque non è questo che conta, quello che conta è che la vita non è i libri, le idee, la questione morale, la questione Adriano Sofri, la questione Dio, la questione dei rom, la questione della morte: la vita è essere stupidi. Cioè vivi. Vivi).

postato da: gemmagaetani alle ore 19:01 | link |
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martedì, 13 maggio 2008

"Distante un padre" (Milo De Angelis) e

Credo che a volte il mio furore, in certe situazioni in cui soltanto buoni o cattivi era la dicotomia a disposizione, fosse dovuto al rigetto istintivo d'accollarmi il compatimento d'altrui pena, per la paura di sentirla troppo. M'avrebbe sommersa, io non potevo. Allo stesso modo mi spaventava l'altrui compatimento di mie pene: sentendole altri le avrei sentite maggiormente io. Sapevo un'altra cosa quel giorno, l'avevo capita la notte, passata insonne, tra domenica e lunedì. Cosa sarebbe successo in futuro su una certa questione. Lo sapevo bene perché avevo deciso che così sarebbe stato, più niente mai. Ma il solo pensarvi era così doloroso che al riguardo fingevo con me stessa un'amnesia totale. L'inesistenza dei fatti (tutto quanto fa male non esiste, l'ho scritto io, mi dicevo, intanto sentivo che al posto del cuore di nuovo avevo un buco spaventoso, e respiravo in modo di calmarmi), l'inesistenza del nome, delle cose e delle città coinvolti, l'inesistenza degli ultimi miei ultimi venti mesi di vita arrotolati intorno a quel filo conduttore: intanto ponevo a cucinare dei gamberi, al vapore, con lentezza non voluta, e mi dicevo che era un giorno neutro e nient'altro quello che stava per finire (il secondo senza di...), e che lo sarebbero stati (dovevano) anche i successivi, che ero stanca di star male in nome altrui, che non lo meritavo (la sperequazione tra il dato e l'avuto, l'ho scritto io, l'ho scritto io), fosse stato soltanto per quanto liscia era la mia pelle (quant'ho sofferto io per te, neanche tua madre per metterti al mondo... tienti la tua meravigliosa donna, tienti il vostro paradiso in terra, tienti le altre, tienti tutte le mie cose, tienti le tue parole, opere e omissioni, io me ne vado). Se qualcuno avesse nominato quel nome preciso avrei avuto un conato di vomito da intossicazione grave, urlato a voce piena e contenuta, come in una preghiera sentita, la richiesta di una grazia: «Basta, non ce la faccio più, non esiste e se esiste io non ne ho conoscenza alcuna, venti mesi ho avuto a che fare con la mia immaginazione, non esiste, non esiste, non esiste». Al solito, un padre di qualsiasi guisa era distante.

postato da: gemmagaetani alle ore 19:28 | link |
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sabato, 10 maggio 2008

10/05/2008

Tu mi scrivi patetiche parole in cerca di compassione che circumnavigano sempre intorno alla stessa storia (questo cazzo di amore che proveresti per me, tu che nemmeno mi conosci) ma io riesco a vedere soltanto il disturbo che m'hai procurato da un anno a questa parte (era appena morto mio padre e tu comunque rompevi il cazzo, sorgevano e crescevano altri problemi e tu continuavi col tuo bipolare sì ho capito - no, ma veramente io comunque), e sovrumanamente sforzandomi divento corteccia di quercia radicata in un bosco di marmo, e taccio e tu ti salvi dalla rabbia. Se ti spiegassi il tenore dei momenti esistenziali miei nei quali sei entrato ogni volta come un ridicolo pagliaccio in preda a sé, se ti illustrassi la sensazione di violenza e sopruso che ho dovuto provare per un anno intero alla sola comparsa del tuo nome presso il mio telefono e della tua voce presso i miei orecchi lo farei in maniera d'incenerirti perché infine uno sfogo catartico sfogo catartico sia, e avresti vergogna di te; se fossi capace di vedere fuori da te, naturalmente. Cosa di cui fortemente io dubito. Ma ora, mentre facendo di tutto questo parole in qualche modo generiche e sottoposte ad occhi che non sono i tuoi io esalo nei tuoi confronti un ultimo infastiditissimo sospiro che ti espelle da me come una scoria dal naso e come se mai fossi esistito, tu, l'ultimo cacacazzi, l'ultimo idiota di una serie infinita che la mia persona ha dovuto conoscere da tempo a questa parte, insieme m'auguro che dopo quest'ultimo show al quale mi hai costretto ad assistere tu faccia presso di me, della tua figura di merda in ogni senso, scomparsa, strage, sterminio, massacro, ecatombe. CARNEFICINA. Che tu ti autodisintegri per sempre. Che tu oserai fare di questa regola eccezione soltanto per motivi altri dal tuo isterico circo sentimentaloide e solo in caso di reale, oggettiva, dimostrabile, inevitabile necessità di comunicazione, ovvero quelli per i quali il mio numero telefonico di casa e quello di cellulare e il mio indirizzo e-mail erano nelle tue mani. Lavoro. Sempre la stessa storia, raramente ho conosciuto un uomo che non approfittasse di un campo di cavolfiori per provare a coltivare carciofi, davvero raramente, e che tu abbia usato la zappa di povere rose rosse strappate dalle proprie radici e la carota del sentimento, per l'ultima puntata del serial Le mie cazzate, non ti differenzia affatto dal mucchio. Odio che si recidano i fiori, odio che per spedirli ci si procuri l'indirizzo di casa di una persona che già ha detto, a silenzio e a parole, ogni possibile no, odio le invadenze, odio le invasioni ed esistono il Valium, esistono le seghe, esiste la dignità, al mondo. Costano meno di tutti i mal di testa e il nervosismo che mi hai procurato e che mi sono dovuta pagare da sola. Tu che hai messo in scena un patetismo che nemmeno una moglie senza lavoro e con dodici figli abbandonata e la capacità di autogestione di un epilettico in preda a più e più crisi di fronte a me che l'idea di sfiorarti un dito o avere a che fare con te per motivi diversi da quel cazzo di lavoro mai mi ha penetrato del cervello l'anticamera ma sono stata ugualmente costretta a fare da spettatrice-subente per un intero anno, una parola di lavoro, settemila di tue cazzate, una parola di lavoro, settemila di tue cazzate, e poi domande, domande, domande, ogni volta, ogni volta, ogni volta: L'Ossessione, io l'ossessionata, tu l'ossessionante. Le mie mani ed io preghiamo Dio che sia veramente, la tarantella violenta e priva di vigilanza, come finalmente pare, finita.

postato da: gemmagaetani alle ore 21:36 | link |
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venerdì, 09 maggio 2008

09/05/2008

- «Sei sposata?».

- «Sì, con la mia assoluta libertà. Ormai sono due anni, ci amiamo più che mai. Stiamo sempre insieme, continuamente».

postato da: gemmagaetani alle ore 21:20 | link |
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giovedì, 08 maggio 2008

08/05/2008



«Non è colpa mia, se t'amassi sarei con te come questa canzone, ma non t'amo e seppure compatisca come stai, adesso, io non t'amo e non è colpa mia. E non è colpa mia se non sei tu ma lui a farmi sentire come questa canzone, e non è colpa mia se con te non mi sentirei come questa canzone nemmeno se lui al mondo non esistesse. C'è una sola legge morale, che le cose sono le cose e stanno sempre come stanno. Non stare male per me: non che io non valga la pena del tuo star male, tu non mi conosci veramente ma io sì, non vale la pena di star male, in vita, per un'illusione... Ti sei fatto un'idea di me che non corrisponde alla realtà, credimi. M'hai vista due volte, ti sono sembrata una bomboniera e t'è scattato l'istinto del principe azzurro, succede sempre così, è uno dei tormentoni della mia esistenza... Ma non sono soltanto una bomboniera, se sapessi quanti... Vabbè, lasciamo stare i dettagli... Se mi conoscessi davvero m'odieresti. Perché non sapresti starmi dietro, tenermi testa, tenermi in mano. Te le sbriciolerei, io, le mani. Pàm, come una molotov. Ti sentiresti un inetto, un continuo coglione, ti ci farei sentire io. Succede sempre così quando tento d'amare chi m'ama ma io non amo né amerò mai o non amo più, perciò ho deciso di smettere di vivere situazioni non vere. È la mia natura, materica e fissa, come una cosa. Irrevocabile come un proiettile. Sparato... Credimi, è meglio così. Saresti un coglione a causa mia. Invece così puoi continuare ad esserlo di tuo... E avere salva la pelle. Ciao. Ciao ciao. ADDIO». Click.
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martedì, 06 maggio 2008

06/05/2008

Tu non sei nel mio sangue: sei quel sangue. Amo ognuno di tutti i tuoi difetti. Vorrei averti intorno giorni interi, fare la spesa in un supermercato, il bagno al mare, perfino litigare. Accetto che non accadrà mai come si può accettare una protesi dentro il sacco di pelle che rimane di una mammella svuotata dal cancro e dalle dita mediche a quell'operazione ammaestrate. Adibite. La vita è una porta che ti chiude a me. Quando vedo coppie felici, in strada, padri coi passeggini, fedi al dito, mi viene da vomitare. La mia amica C. dice che per la sofferenza c'è sempre una ricompensa. A me non risulta.

postato da: gemmagaetani alle ore 21:43 | link |
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lunedì, 05 maggio 2008

05/05/2008 d.C.

La verità è che tu sei la mia pelle, ma non stai addosso a me. Il mondo intorno è il calco del non-te. Per questo, io, per giorni, l'ho evitato. Buonanotte.

postato da: gemmagaetani alle ore 23:08 | link |
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mercoledì, 23 aprile 2008

23/04/2008 d.C.

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